“A tu per tu con la paura.”

“La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla,
ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore.”
Gregory David Roberts

Esiste un’idea generale piuttosto diffusa riguardo la paura, che la vede come qualcosa di negativo, che si deve evitare o superare. O almeno, questo è stato il mio punto di vista per anni. In particolare mi sono sempre sfidata per ciò che riguarda le mie paure: le dovevo a tutti i costi superare. Ma con il tempo mi sono accorta che questo “buttarmi per andare oltre la paura“ era anche un modo per non sentirla fino in fondo, non darle spazio, non toccare la mia fragilità. Nel mio percorso di terapia personale prima e nel mio essere terapeuta poi, sto imparando ad incontrare veramente le mie paure come un percorso che si fonda sull’imparare ad avvicinarmi ad esse con amore e compassione, un processo di accettazione e perciò di risanamento. Ho sempre saputo che molto di ciò che m’impediva di vivere una vita appagante, risiedeva nelle mie paure, ma non ho mai capito, né sentito, che finché non le avessi esplorate profondamente e accettate non le avrei mai integrate.

Nel libro “A tu per tu con la paura.” di Krishanananda e Amana, gli autori affermano che possiamo scegliere se vivere nella giungla o nel giardino. Nella giungla siamo sopraffatti e viviamo assecondando valori di lotta, competizione, successo o fallimento, immagine e rendimento, e troviamo persone che vivono secondo una gerarchia basata sul fascino e sul potere e la sensazione predominante è quella di scarsità di paura e di continua lotta per la sopravvivenza. Nella giungla ci viene insegnato a spingerci oltre la nostra paura, a non sentirla e questo atteggiamento ci forza a compensare la nostra vulnerabilità e ad evitare la fragilità altrimenti soccombiamo. Nel giardino il mondo è un posto dove c’è spazio. E’ un mondo dove c’è la possibilità di esprimersi per chiunque. E’ un mondo di accettazione di ciò che siamo e di dove ci troviamo in cui, il supportarsi a vicenda, è un valore che ci aiuta ad imparare ad amare noi stessi e ci sostiene per accrescere le nostre doti e risorse personali. E’ un mondo dove l’altro non è una minaccia, ma una risorsa ed un appoggio.

Quindi vi consiglio, se avete voglia di riflettere un po’ sulla vostre paure e comprendere da dove arrivano, la lettura di questo libro che descrive un viaggio per uscire dal dominio della paura stessa, verso la possibilità di amarsi e quindi amare.
La paura è un sentimento umano onnipresente che spesso cerchiamo di negare o allontanare ma, per quanto cerchiamo di ignorarla, superarla, rimuoverla o nasconderla, essa esercita un effetto potente e rimane una forza nascosta che può causare ansia cronica, sabotare la nostra creatività, renderci rigidi, sospettosi, ossessionati dalle sicurezze, e può annullare i nostri sforzi di trovare l’amore.
Se invece facciamo amicizia con la paura, portandola allo scoperto ed esplorandola, essa può diventare una forza di trasformazione, aprendo in noi un abisso di vulnerabilità e autoaccettazione.

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“A tu per tu con la paura.“
Vincere le proprie paure per imparare ad amare.
Autori: Amana, Krishnananda.

Perché nel nostro studio si tolgono le scarpe?

“Buongiorno bene arrivato/a” – dico ai una pazienti ad un primo colloquio.
“Per cortesia, le dispiacerebbe togliere le scarpe?” – “Le scarpe?!!! E perché?”.

Chi non me lo dice apertamente, spesso lo pensa in silenzio, a volte seguono delle battute:
– “Non mi vorrà visitare?”.
– “Mi sembra di essere tornato all’asilo”.
– “Che bello anche a yoga le tolgo”.
– “Non rispondo dei miei piedi “…

Chiedere ai propri ospiti di lasciare le proprie scarpe all’ingresso può generare diversi problemi, disagi: “Se ho i calzini bucati? I piedi puzzolenti? Se mi daranno pantofole fetide da indossare?

Perché nel nostro studio si tolgono le scarpe? Non è certo per essere particolari o diversi, o per una questione di principio. Togliere le scarpe per noi ha un significato molto importante.

Innanzitutto, per noi bioenergetici, significa mettere i piedi per terra, ancorarci ad un punto stabile, la terra. Questo è molto importante soprattutto per chi deve affrontare un percorso di psicoterapia e ha bisogno di ricercare una stabilità. Ma, aldilà della bioenergetica, togliersi le scarpe ha molteplici significati ed è per questo che, a volte, muove delle resistenze. Togliersi le scarpe significa un po’ liberarsi di un ruolo, mostrarsi. A volte può muovere sentimenti di imbarazzo, oppure vergogna.

Camminare a piedi scalzi – da sempre – è un simbolo di libertà, ma per essere liberi bisogna uscire dai propri costrutti, abbandonare un pochino le proprie difese. Togliere le scarpe significa anche un po’ tornare bambini, essere un po’ ridicoli, strani, buffi. Scoprire di avere un calzino bucato potrebbe anche diventare un momento di leggerezza per giocare, emozionarsi e per entrare in contatto con vissuti profondi e antichi.

Togliere le scarpe può significare: “liberarsi dalla sporcizia del mondo”. Abbandonare, almeno simbolicamente, le contaminazioni esterne. Separare l’interno dall’estero. Questo gesto, sebbene apparentemente banale, può dunque aiutare la persona a concentrarsi su di sé poiché, metaforicamente, può simboleggiare l’ingresso in uno spazio più intimo, raccolto, protetto quale la propria casa.
Ecco perché quando entrate nel nostro studio vi chiediamo di togliere le scarpe, un piccolo gesto che può essere già un passo in avanti.

                                                                                     

Per amare bisogna rischiare

“Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.”
(F. Kafka)

L’amore è sicuramente uno dei temi più portati dalle persone che incontro ogni giorno nel mio studio. Tutti cercano l’amore, ma pochi sono pronti a rischiare e ad esporsi in nome dell’amore stesso. 

In una società in cui tutto è cambiamento e precario sembra dilagare la paura di concedersi a una relazione amorosa senza remore. Si sta sempre sul chi va là, si preferisce fare investimenti a breve termine, anzi spesso si ha paura di chiamare le cose con il proprio nome. Quindi, invece di dire “siamo in una relazione” preferiamo dire ”sto frequentando una persona” piuttosto che “sto uscendo con una persona”, invece di dire “abbiamo fatto l’amore” diciamo “siamo stati insieme” o “abbiamo dormito insieme”.

Ogni volta che i miei pazienti usano parole improprie per definire una relazione o per definirsi innamorati e coinvolti, li invito ad usare le parole appropriate, ma sembra che persino le parole ci spaventino, che anche queste siano sigillo di un impegno che non siamo disposti a prenderci. Sembra che nella nostra società affamata d’amore sia sempre più difficile parlare di amore, relazione, matrimonio, fare all’amore: tutte parole che invitano ad un coinvolgimento a lungo termine. Si privilegiano il “vediamo come va”, si sceglie ottimisticamente il rischio calcolato, il desiderio di non incatenarsi e rimanere bloccati in un mondo in continua evoluzione.

Il modello antecedente di unione è stato sradicato a favore di rapporti elastici, volubili nel tempo e nella forma, illudendoci in questo modo di poter cadere in piedi se qualcosa dovesse andare male. Gestiamo le relazioni calcoliamo i pro e i contro, decidiamo preventivamente quanto investire, pensando che la ragione possa gestire il nostro cuore. Somministriamo amore con il contagocce, come se fosse un bene destinato ad esaurirsi, e ricerchiamo, più di ogni altra cosa l’appagamento massimo con il minimo rischio.

Purtroppo (o per fortuna) l’economia dell’amore non funziona al risparmio. Più investi e più guadagni. Forse, per capire queste economia, dovremmo uscire dall’ottica che il benessere nasce da quanto amore riceviamo e pensare, che la qualità della nostra vita dipende invece da quanto amore sappiamo dare. Al contrario spesso viviamo nella paura di non essere amati abbastanza e dell’amare troppo. Questa ricerca sfrenata dell’essere amati nasconde l’incapacità di fondo di saperci amare; pensiamo spesso di essere spinti dal desiderio di non accontentarci, quando in realtà a muoverci è la paura di non essere capaci e all’altezza di una relazione vera e propria. La paura di non essere sufficientemente amabili, sufficientemente apprezzabili, sufficientemente desiderabili. Per paura di non essere scelti noi scegliamo. Alimentiamo aspettative irraggiungibili su noi stessi, sul partner, sulla relazione d’amore. Le aspettative non vengono mai ripagate nella perenne rincorsa della felicità suprema, irraggiungibile per mezzi e costi (spesso psicologici), che produce demoralizzazione, perdita del sé, per finire nella frustrazione e nella convinzione di non essere abbastanza per l’altro o che l’altro non sia abbastanza per noi. In questo modo ci affamiamo sempre di più d’amore e portiamo avanti l’idea che l’amore sia un bene prezioso difficile da trovare, difficile da scambiare, una prelibatezza solo per pochi fortunati. Più ci affamiamo d’amore e più siamo disposti a cibarci anche di briciole o, sfiniti dalla fame, ci buttiamo in grandi abbuffate senza scegliere accuratamente ciò di cui ci stiamo nutrendo.

Quindi, risparmiarci in amore non conviene anzi, non ci renderà mai felici. Se abbiamo imparato ad amare pienamente noi stessi, le relazioni, i sentimenti, l’impegno non ci spaventeranno sapremo dare amore e riusciremo a trovare chi ci amerà pienamente!

“Abbandonarsi all’amore non significa abbandonarsi ad un’altra persona, ma a se stessi, al proprio cuore e al proprio desidero d’amore, con un coinvolgimento totale di tutte le emozioni. Quando l’Io rinuncia all’egemonia, abbandona il controllo sul corpo e sui sentimenti e deve accettare la paura dell’abbandono, il dolore della perdita, la rabbia del tradimento. Deve anche accettarsi privo di difesa in tutti i fondamentali momenti della vita: la nascita, l’amore, la malattia e la morte…”
(A. Lowen)

Chiedi alla vita ciò che ti manca con fiducia e lo otterrai

WhatsApp-Image-2018-09-30-at-09.30.07-776x310Quel giorno ebbi coscienza per la prima volta che la vita può essere generosa. […] Nei momenti più duri della mia vita, quando mi sembrava che si chiudessero tutte le porte, il sapore di quelle albicocche mi torna in bocca per consolarmi con l’idea che l’abbondanza è a portata di mano, se la si sa cercare.”
(Isabel Allende)

Mi capita spesso di sentire i miei pazienti lamentarsi per le cose che la vita non può più offrire loro.

C’è chi dice di essere ormai vecchio, chi sostiene che l’amore è sempre più scarso, chi non ha abbastanza soldi, denaro molti invece si lamentano perché a mancargli è il tempo.

Nell’era dello spreco e del consumismo più sfrenato, si è creata una vera e propria cultura della mancanza. Tendiamo sempre a sottolineare ciò che ci manca e che potremmo avere se solo avessimo più tempo, più denaro, più salute, più bellezza, più coraggio.

Rare sono le persone che notano e sottolineano l’abbondanza che c’è nella loro vita, sul piano materiale, affettivo o della salute.

Questa miopia è all’origine di  molti conflitti e rivela una scarsa conoscenza delle leggi energetiche che governano la materia, la vita e l’energia.

La convinzione che la vita sia scarsa: d’amore, di ricchezza, di gioia, di sessualità, d’intimità e di passione e che c’è da lottare, faticare o accontentarci, crea una rete di tensioni nel corpo e una sottile cappa di grigiore e delusione che ci avvolge filtrando l’esperienza del momento e leggendola con gli occhi spenti del passato. Anche temporanee soddisfazioni e conquiste non scalzano mai questa radicata convinzione che l’abbondanza non è possibile. O che non la meritiamo.

Questo alone che ci avvolge non permette di aprirci veramente alla vita, ma soprattutto ci rende miopi rispetto alle innumerevoli possibilità che ci circondano.

Vedere sempre ciò che manca distoglie la nostra attenzione da ciò che c’è.

Diventando consapevoli di questa cappa e dei suoi effetti e della fondamentale falsità delle sue premesse, liberiamo la nostra gioia di vivere e la capacità concreta di manifestare abbondanza e prosperità nella nostra vita

Quello che accade spesso è che In realtà non è la vita ad essere scarsa di opportunità per noi, ma siamo noi ad autoboicottarci.

Se da una parte, desideriamo attirare nella nostra vita più abbondanza, se vogliamo più amore, più salute, più tempo, più soldi, più intimità unaltra parte di noi  ne ha paura, perché spesso sono le possibilità a spaventarci più che le impossibilità.

Se qualcosa è possibile infatti sta solo a me mettermi in gioco per ottenerlo senza più potermi nascondere dietro falsi alibi.

Vedere le possibilità ci restituisce la responsabilità sulla nostra vita…. ci dice che la nostra felicità o infelicità dipende solo da noi

Il nostro  atteggiamento ambivalente invece attira nella nostra vita esattamente ciò che crediamo: cioè la mancanza diventa realtà.

Se penso che l’amore scarseggia faticherò a trovare un partner, se credo di avere poco tempo faticherò a ritagliare spazi per me. Se penso che c’è poco lavoro, faticherò a trovarne uno.

Ho conosciuto molte persone che partendo da una reale situazione di mancanza (di soldi, di amore, di tempo, perfino di salute) si sono costruite una vita piena e felice. Hanno creduto nell’abbondanza della vita e nella forza creativa della loro mente e del loro essere.

Non si sono arresi alle convinzioni negative proprie o degli altri. Esiste in ognuno di noi, un potere creativo in grado di giocare con l’energia della materia, e della vita di cambiare in modo decisivo le circostanze avverse.

L’esperienza non è ciò che ci accade, è ciò che facciamo con ciò che ci accade.

Stefania Colombo

 

SONO UNA MAMMA

Sono una donna e ho due bimbi ma non per questo sono madre….
Sono madre quando guardo i miei figli e sento l’amore che ho per loro e sento anche la paura che non sia abbastanza.

Sono madre ogni giorno quando cerco di essere perfetta nel mio compito senza tuttavia riuscirci.

Sono madre quando cerco di arrivare dappertutto e puntualmente non ci riesco e mi scontro con i miei limiti.

Sono madre quando  a volte devo dire dei no ai miei figli anche se ne soffriranno.

Sono una madre quando mia figlia, che ora ha 7 anni e dei gusti davvero kitsch, mette una maglietta che a lei piace molto e a me proprio no, e io le dico lo stesso:” bellissima, amore mio”

Sono una madre quando mi sento vulnerabile perché impotente nel proteggere i miei figli dai dolori della vita

Sono una madre quando mia figlia mi dice: ” Sei cattiva e io non ti voglio più ”, ma io non le credo.

Sono una madre quando piango perché  ho paura di commettere gli stessi errori di mia madre.

Sono una madre quando guardo mia  madre e la capisco e capisco i suoi limiti

Sono una madre quando, anche se non sono capace, gioco con mio figlio

Sono una madre quando porto a letto i miei bambini (così poi vediamo un film) e mi addormento con loro.

Sono una mamma quando per strada, mi sembra di riconoscere negli occhi a mandorla di una bambina, la figlia che io non sono riuscita ad avere e mi incanto. E il mio cuore piange.

Sono madre ogni volta che mi pongo  di fronte alla vita con la volontà di creare ciò che non esiste o di riconoscere un altro essere diverso da me e accoglierlo, un gesto che  a volte si concretizza anche solo nel gesto di cura  verso un’amica o, nel mio lavoro verso le persone che incontro.

Sono madre io donna imperfetta, orgogliosa, narcisista e quindi lo puoi essere anche tu

Puoi essere madre anche se sbaglierai, se hai paura, se assomigli a tua madre o se non gli assomigli, se sei giovane o sei vecchia, se sei bella o sei brutta, se sei incasinata.

Puoi essere madre anche se non hai figli..
Madre, ovvero colei che dà la vita, a un qualcosa di diverso da se stessa e riesce ad amarlo.

Stefania Colomb

NON DOVETE PIU’ AZZARDARVI A DIRE:”NON POSSO FARCELA”

Può darsi che ognuno di  noi abbia dei talenti naturali, ma, indipendentemente da quanto siamo dotati, il talento ci lascia a piedi se non sviluppiamo le nostre abilità. Le abilità si acquisiscono, non sono innate come il talento e si sviluppano grazie all’utilizzo e all’esercizio continuo.
Il talento è sostenuto dalle nostre abilità, di per sé vale ben poco.

Se non ci lavoriamo su, non saremo mai capaci di esprimere tutto il nostro potenziale nel modo in cui vogliamo.

Non dobbiamo più azzardarci a dire: “Non posso farcela”.

In questo modo costruiamo un muro interno fra noi e i nostri talenti. Fra noi e la nostra possibilità di riuscire ad esprimere pienamente il nostro essere.

Ogni volta che ci diciamo: “ non posso farcela’’ ci costringiamo dentro una forma piccola, blocchiamo la nostra energia.

Credere che non abbiamo possibilità o peggio ancora abilità o credere che non siamo fortunati è un buon modo per non prenderci la responsabilità dei nostri insuccessi ma è anche un buon modo per rinunciare alla possibilità di un successo.

Nascondersi in un angolo e ignorare le nostre aspirazioni, i nostri talenti, i nostri sogni e i nostri desideri più profondi è sicuramente un modo più sicuro per affrontare la vita che non ci espone a rischi.

Dire “ non ce la faccio” non è sempre una forma di umiltà e accettazione, purtroppo spesso è un alibi per non provarci nemmeno.

Sentire di poter fare di più non è un sentimento di superiorità , è dire sì al nostro potere personale.

Ricorrere al proprio potere personale non significa fare tutto quello che ci passa per la testa ma essere liberi di vivere pienamente le proprie emozioni e sensazioni, di scegliere in autonomia quello che desideriamo essere, ma soprattutto di provare ad essere felici. Significa credere che siamo responsabili della nostra sofferenza, ma anche della nostra felicità che il nostro futuro dipende da noi.

Per realizzare i propri obiettivi molto spesso (ed inizialmente sempre) è necessario uscire dalla propria comfort zone.

La nostra confort zone è delimitata da quelli che noi pensiamo essere i nostri limiti,

I limiti possono essere autoimposti o possono essere limiti che gli altri ci pongono. Ciò nonostante tali limiti funzionano solo se noi ci crediamo.

Ogni volta che ci diciamo: “Non ce la posso fare, non sono capace” stiamo rafforzando un limite della nostra comfort zone, ci stiamo chiudendo dentro ad un’aria di sicurezza ma anche di non crescita.

Pertanto l’invito è quello di non aver paura di andare oltre, di provarci anche quando pensiamo di non farcela, di lavorare sodo per raggiungere i nostri obiettivi. Il cambiamento nasce da un atto volontario, nasce dal coraggio di andare oltre le nostre paure

Stefania Colombo

LA VOCE DEL CORPO

Il corpo parla. Eccome. E il suo linguaggio a volte  è molto più esplicito e incisivo, a livello emotivo, di quello delle parole. E non solo il nostro corpo ci parla, ma non mente. Se con la testa e col pensiero siamo abituati a raccontarci le storie che conosciamo, il corpo spesso, se sappiamo ascoltarlo, può raccontarci le storie che abbiamo dimenticato, i desideri che non abbiamo espresso, le emozioni che abbiamo trattenuto.

Il corpo non è qualcosa di diverso da noi anzi esprime la qualità di coscienza di cui disponiamo, da esso partono informazioni preziose su come siamo, su chi siamo: il nostro corpo parla, agli altri ma anche a noi.

L’immagine del corpo coincide con quella del nostro essere psicologico: corpo ed emozioni viaggiano insieme, quest’ultime giungono alla coscienza attraverso sensazioni corporee.

La vita psicologica è legata alle sue espressioni nel corpo e alle sensazioni fisiche.

La non integrazione tra mente e corpo è una delle problematiche più comuni dei nostri tempi: difficilmente ci identifichiamo con il corpo, sentendoci poco connessi e integrati. Fino a quando questa integrazione non ci è possibile e finché ci portiamo appresso il corpo invece di essere il nostro corpo  non possiamo ascoltare la sua voce.

Il carattere dell’individuo che si manifesta nel comportamento ha una immagine nel nostro corpo, in esso si manifesta, è ritratto sul piano somatico della forma e del movimento del corpo. La nostra vitalità si esprime attraverso l’energia che sentiamo di possedere e di utilizzare.

Tale energia fluisce libera fino a quando incontra una tensione, un blocco nel  nostro corpo

La somma totale delle tensioni muscolari vista come un tutto unico costituisce l’espressione corporea dell’organismo.

Se impariamo ad entrare in contatto con nostro corpo, a sentirlo, a sentirci, potremo riconoscere in noi i nostri blocchi emotivi.Attraverso il corpo possiamo fare esperienza della nostra incapacità di esprimere pienamente la nostra vitalità, possiamo sentire quando e come la nostra energia si blocca E non può essere messa a disposizione della nostra vita.

L’energia imprigionata nelle tensioni del nostro corpo produce due effetti collaterali: il primo è che genera stress,Il secondo è che ognuna di queste tensioni è un “buco” nella nostra capacità di sentire il nostro corpo e la sua voce, quindi di percepire noi stessi.

La mente comunica attraverso immagini e parole. Solitamente ricordiamo i fatti come dei film che risvegliano emozioni che sono state represse. Chi rifiuta quello che prova, spesso, ricorre alla razionalizzazione per diminuire l’intensità dei suoi sentimenti. Il corpo allora si esprime attraverso il dolore, l’aumento di palpitazioni, la ridotta respirazione, le vertigini o altri sintomi  senza che siano presenti cause fisiche. Le persone che innalzano un muro che impedisce loro di esprimere sentimenti e pensieri somatizzano quello che non dicono. Quindi ciò che va male nel corpo si riflette sulla mente  e ciò che va male nella mente si riflette anche sul corpo, in maniera diretta o indiretta.

Ma il corpo non ci racconta solo della nostra sofferenza, ci narra anche della nostra storia, ci riporta alla dimensione del presente, alla nostra realtà. Il nostro stare nel mondo passa attraverso i nostri movimenti attraverso il nostro essere carne ed ossa, occhi, mani piedi. Il nostro contatto con la realtà dipende dal nostro radicamento, il contatto con le nostre emozioni dipende dalla profondità del nostro respiro.

Fate attenzione alle vostre reazioni, alla vostra respirazione e al vostro cuore. Ascoltare il  corpo è più facile di quanto pensiamo, basta fermarci e chiederci:sto respirando? Come sento il mio corpo? Sento i battiti del mio cuore?

Se ho le gambe intorpidite, forse dovrei alzarmi e uscire a fare una passeggiata per rigenerare il mio corpo. Se ho un cerchio alla testa, forse devo “mollare” un po’ il controllo, se mi manca il respiro, dovrei concedermi di rilassarmi, se ho un nodo alla gola forse dovrei liberare l’emozione…

Ognuno può trovare il proprio personale contatto con il corpo, imparando a conoscersi, solo noi sappiamo dare significato alle parole del nostro corpo.

Le nostre sensazioni e le nostre emozioni hanno l’obiettivo di aiutarci a vivere in maniera consapevole, a partecipare attivamente alle nostre esperienze e ad imparare ad avere fiducia nella saggezza del nostro corpo.

Forza dunque non continuiamo a rimanere sordi, a far finta di non sentire, a portarci dietro il nostro corpo come fosse una scatola dentro cui rifugiarci.

Essere pieni di vita significa respirare profondamente, muoversi liberamente e sentire con intensità. —  Alexander Lowen

Stefania colombo